::16-22 giugno 2007::
Fatti, cronache, personaggi, interviste in diretta da Taormina
dalla nostra corrispondente Maria Arruzza

mercoledì 20 giugno 2007
Matt Dillon: sono un regista


Patti chiari amicizia lunga: dopo oltre quaranta ruoli, importanti e meno importanti, dal ragazzo difficile all’uomo impegnato, Matt Dillon accetta di parlare di sé ma soltanto come regista. “Da molti anni desideravo passare dietro la macchina da presa, forse perché ero particolarmente deluso e disilluso dei testi che leggevo e in realtà mi piaceva l’idea di realizzare il film che avrei voluto vedere in sala”, esordisce parlando del suo primo lungometraggio “City of ghost”, oggetto di riflessioni nel corso della Lezione di cinema. “Son passati sette anni da quando ho scritto la prima battuta della sceneggiatura fino all’arrivo in sala. E’ stato un percorso accidentato e difficile. Ma gli ostacoli ti rendono ancora più determinato a portare a termine un lavoro”.
- Difficoltà di tipo economico?“Assolutamente no. Ho avuto una produzione illuminata, semmai si sono dovute affrontare difficoltà logistiche come il coordinamento delle comparse. Non è un fatto di costi. Le comparse non costano nulla in Cambogia, ma devono essere guidate. O come per il problema dei pasti. Nessun hotel voleva prepararci i cestini, così dovevamo farci arrivare il cibo dalla Thailandia. Sciapo e bollito per eliminare i germi. Ma in molti si sono ammalati lo stesso”.
- Cosa ti preoccupava di più girando questo film?
“Quando ho iniziato a girare ‘City of ghost’ ero preoccupato più per il mio esordio come regista. Come attore hai meno responsabilità, hai solo dei compiti specifici da portare a termine. Ho cercato la collaborazione di un buon team, allora, ancor prima d’iniziare. Ed è stato importante, dalla scelta del mio direttore della fotografia Jim Denault a quella del mio scenografo David Brisbin, che è stato fondamentale per le mie scelte ambientali. Mi sono concentrato molto sui particolari, ho seguito il film in ogni piccolo dettaglio. Non so se è il modo giusto, ma io sentivo che non potevo fare diversamente. You can't get a place more conflicted than Cambodia! – si lascia scappare - Lavorare poi in un paese del terzo mondo come la Cambogia ha aumentato i problemi, è stata una sfida, una sfida entusiasmante”.
- E la scelta del cast? “Ho tentato con i provini negli Stati Uniti, ma si proponevano attori asiatici che avevano perso ormai la loro allure autoctona. Io cercavo la spontaneità. Così ho provato a cercare il cast in Cambogia. Il personaggio di Sok era impegnativo. Volete sapere come ho scritturato Kem Sereyvuth? Beh, lui era autista di un pedicab, pagava la tangente alla polizia per lavorare, guadagnava poco e aveva due figli, ma nonostante tutto aveva sempre un gran sorriso e a vederlo parlare e muoversi mi convincevo sempre più che corrispondeva al mio Sok. Quando al provino s’è presentato leggermente brillo e con una divisa da poliziotto, l’ho preso”.
- E per i personaggi interpretati da te e da Gerard Depardieu (Jimmy ed Emile), avevi le idee chiare fin da subito?“Depardieu sapevo di volerlo già dall’inizio, il personaggio gli è stato cucito addosso. Per il mio personaggio mi piaceva che avesse una problematica morale, in modo che ci fosse una crescita lenta, graduale, addirittura una trasformazione spirituale. Infatti per il film all’origine avevo pensato un finale diverso, in cui rimaneva un certo senso di duplicità. Ognuno se ne andava per la sua strada, in maniera cinica ed egoista, lasciando i cambogiani a cavarsela da soli. Ma conoscendo e toccando con mano la profondità dei protagonisti cambogiani, ho ritenuto opportuno cambiare il finale”.
- Matt Dillon ha modelli di riferimento?
“Tutti i registi hanno molte fonti d’ispirazione. Ci sono molti film per me indimenticabili e registi che hanno lasciato il segno, da David Linch a Federico Fellini, a Francis Ford Coppola. Ma ognuno poi ha un suo linguaggio cinematografico. L’approccio, invece, non può essere sempre lo stesso, ma deve adeguarsi al tipo di scrittura che si ha davanti, e poi tutti cambiamo, quindi perché non deve mutare l’approccio. Il linguaggio invece deve rispondere a una esigenza interiore, una sorta di piccola voce che abbiamo dentro e che tendiamo a non seguire mai, ma invece c’è. E lì che ti indica la strada… basta seguirla!”.
- A proposito di Coppola si parla di un altro film con lui…
“Ne sarei onorato, Francis mi sta sempre accanto. Anche in occasione del mio film mi ha aiutato in fase di sceneggiatura e in post produzione. E’ davvero un punto di riferimento. Ogni tanto parliamo di fare qualcosa di nuovo insieme. Ma non si possono dare anticipazioni su qualcosa che ancora non è stato nemmeno progettato”.
Anche sul suo prossimo film Matt Dillon è abbottonato: “Ci sto lavorando da tanto tempo, è la storia vera di un gangster di New York, un personaggio sfaccettato. Mi interessa maggiormente interpretarlo a dire il vero, per la regia non ho ancora deciso se affidarla ad altri o a me stesso. E’ troppo presto per parlarne”.
Maria Arruzza

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Inserito da Maria Arruzza alle 3:51:00 PM

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