::16-22 giugno 2007::
Fatti, cronache, personaggi, interviste in diretta da Taormina
dalla nostra corrispondente Maria Arruzza

giovedì 14 giugno 2007
L'Italia in concorso con "L'uomo di vetro" di Stefano Incerti. Intervista a Ninni Bruschetta

Il concorso “Mediterranea” del Taormina Film Fest 2007 s’inaugura sabato 16 al Palazzo dei congressi (alle 16) con il film di Stefano Incerti “L’uomo di vetro”, con David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo, Ninni Bruschetta.
È l’unico film italiano in concorso e uscirà in contemporanea nelle sale di tutta Italia. Ispirato alla storia - ambientata in un paese e in un periodo in cui si stavano cercando strumenti di lotta efficaci contro il fenomeno criminoso - di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia, che pagò la sua scelta coraggiosa con dodici anni di carcere prima, il manicomio giudiziario poi e, infine, con la sua stessa vita nel 1984.
La sceneggiatura, firmata da Heidrun Schleef e da Salvatore Parlagreco che ha scritto il libro omonimo da cui il film è tratto, è sì, una storia di mafia, ma è anche una storia umana, quella di Vitale, alle prese con circostanze più grandi di lui e sicuramente ancora non ben gestite dallo Stato italiano.

Fra gli interpreti Ninni Bruschetta, uomo di teatro, fondatore dei Nutrimenti terrestri, regista e attore assai ricercato, ultimamente visto in film come “Mio fratello è figlio unico”, “Liscio”, “La vita che vorrei” e in televisione fra gli altri in “Boris”, “L’ultimo padrino”, “Joe Petrosino”, “Paolo Borsellino”, “Don Matteo”. Ninni Bruschetta, impegnato sul set dei prossimi episodi di “Boris” e in attesa dell’uscita estiva del film opera prima di Christian Bisceglia, “Agente matrimoniale”, prodotto da Eleonora Giorgi che lo vede fra i protagonisti, ci ha parlato del film di Incerti e di molto altro ancora.

- "L'uomo di vetro" è un film duro che sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, la necessità di non abbassare la guardia nei confronti della mafia e evidenzia il difficile ruolo dei pentiti di mafia, che oggi forse è più ambiguo perché è diventato, in certi casi, un necessario escamotage giudiziario. Sei d'accordo?
Certo. Ma c’è anche una metafora più grande, a mio parere, che è la solitudine di un uomo giusto. In questo senso il film ha una sua eticità.

- Nel film tu vesti i panni di Bruno Cantone; raccontaci il tuo personaggio.
È ispirato a un personaggio realmente esistito, ma per discrezione non possiamo assolutamente rivelare la sua identità. Fu il primo poliziotto a credere al primo pentito di mafia, forse all’unico veramente pentito. Seguì un’indagine normale, prima addirittura lo credeva colpevole e poi intuì quale grande rivelazione era sotto i suoi occhi. Ma a quel punto la mafia si era già radicata e aveva sempre più influenza all’interno delle istituzioni. Cantone esce di scena con una battuta scettica: mentre vede entrare in questura i mafiosi arrestati in una retata dice: “tra una settimana questi sono tutti a casa…”

- Amicizia di vecchia data, quella con Stefano Incerti, che è stato aiuto regista nel film "Nessuno" di Francesco Calogero scritto a quattro mani con te e che ti ha diretto nel '99 in "Prima del tramonto". Com'è il rapporto sul set fra artisti in un certo senso "cresciuti insieme?"
Considera che noi (dico Nutrimenti Terrestri) siamo stati anche i produttori del “Verificatore”, il primo film di Stefano, quindi l’abbiamo visto nascere anche come regista. Pensa che su quel set c’era Paolo Sorrentino che faceva l’assistente volontario, era un ragazzo e ora è un regista di prestigio internazionale.
Direi che tra di noi non c’è un rapporto “tra artisti”, ma semplicemente un’amicizia nata sul lavoro con una condivisione globale del modo di lavorare, sia in senso artistico, se così si può dire, che produttivo, nel senso più ampio di questa parola. Si lavora insieme per un interesse superiore che è il film stesso e quindi diventa tutto molto più facile, anche piacevole, direi.

- La tua carriera si divide fra il teatro, il cinema e la televisione. Domanda scontata: dove ti senti più a tuo agio e perché?
Risposta scontata: ovunque, perché sono tre linguaggi diversi. Potrei dire che il teatro è più emozionante, più rituale, quindi molto appagante, il cinema mi offre il gusto di certe finezze nella recitazione e la possibilità di confrontarmi con un’opera altrui (cioè del regista) ed essere parte di un progetto in qualche modo pittorico, mentre la televisione è spesso la cosa più divertente da fare, perché si girano più scene in un solo giorno il che rende possibile dare più continuità al personaggio, magari di concedergli una leggerezza anche dentro un ruolo drammatico che lo rende molto gradevole da interpretare. Comunque tutte e tre le discipline mi hanno dato l’opportunità di confrontarmi con grandissimi attori e registi, il che le ha rese tutte indispensabili alla mia formazione.

- Il tuo approccio al cinema è sempre stato elitario, pur interpretando ora ruoli drammatici ora comici, la tua scelta è stata ogni volta di “qualità”. È capitato per caso o è il risultato di una scelta, di un percorso iniziato con il teatro?
Né l’uno né l’altro, in realtà. Credo che ci si scelga l’un l’altro non solo per la qualità del lavoro, ma anche per le idee che si condividono, per i percorsi che si intraprendono. Mi è capitato rarissimamente di ricevere proposte che non fossero di qualità, come dici tu. Per fortuna la qualità è perseguita da molte persone che fanno questo lavoro e anche se alcune volte la “notizia” la fa qualche prodotto grossolano, il cinema, il teatro e la stessa televisione sono sostenute proprio da chi fa le cose di qualità.

- Dopo anni di mortificazione (tranne rari esempi), a causa anche di una legislazione carente e non adeguata ai tempi, sembra adesso che il cinema italiano stia vivendo una stagione d'oro. Qual è la tua visione "dall'interno"?
Sicuramente stanno crescendo i produttori, per fortuna, e ultimamente l’attenzione dello Stato sembra indirizzarsi verso una giusta collaborazione con gli operatori del settore. La qualità artistica in Italia c’è sempre stata e in questo periodo sta crescendo a sua volta.
Bisogna risolvere ancora molti problemi che riguardano il mercato.

- Nota dolens: la distribuzione. Esiste una ricetta perché il cinema italiano, tranne i soliti casi rari e noti, non scompaia dalle sale italiane?
La ricetta è semplicissima basta un obbligo di legge, una percentuale obbligatoria di cinema italiano in sala, divisa per i diversi periodi di programmazione e non concentrata sulla parte più debole della stagione, come avviene adesso. I tempi sono maturi per una legge del genere perché i risultati del cinema italiano rivelano una miopia della distribuzione che non può non essersi accorta di risultati evidenti, sia in termini numerici che in termini di opinione.

Maria Arruzza

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Inserito da Maria Arruzza alle 3:49:00 PM 2 commenti Link a questo post


Who's Who: Debora Young

Per la prima volta, in oltre mezzo secolo di storia, il Festival cinematografico di Taormina sarà diretto da una donna: Deborah Young.
Giornalista, 55 anni, critica cinematografica di "Variety" (la "bibbia" dello showbusiness hollywoodiano) Deborah Young è americana (di St. Louis, nel Missouri) ma da oltre vent'anni vive stabilmente in Italia.
E soprattutto è una grande amica del Festival di Taormina, che segue come giornalista fin dai primi anni '80, quando era direttore Guglielmo Biraghi, fino a ricoprire, dal 1999 al 2004, la carica di vicedirettore durante la gestione di Felice Laudadio, che quindi può idealmente passare il testimone alla sua apprezzata collaboratrice.

Nel giorno del suo insediamento ebbe a dire: «Desidero che Taormina abbia un'identità ben riconoscibile nel panorama internazionale. Ma al tempo stesso intendo rispettare la tradizione che ha fatto sì che Taormina abbia uno dei Festival più longevi del mondo».

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